L'America ai tempi del coronavirus


File per comprare armi. Migliaia di persone non assicurate. Ma non è tutto qui.



Gli Stati Uniti sono un territorio vastissimo e in alcune zone la vita non è oggi molto diversa da quella di diversi decenni fa: aree immense con densità abitativa estremamente bassa e dove lo Stato è pressoché assente. Per centinaia e centinaia di miglia si può magari contare su un agente di polizia soltanto. In questa realtà un americano moderno non è molto distante da un pioniere di secoli fa. Non può appoggiarsi a uno Stato che lo assista in tutto e per tutto. Si arrangia da solo, talvolta anche per la difesa personale.
Lo “Stato minimo”, il modello di Governo degli Stati Uniti, porta le persone ad armarsi, o a rimanere senza copertura sanitaria, sì, è vero. Ma conduce anche le comunità a una grande autonomia nel riorganizzarsi e adattarsi a situazioni nuove, senza dover costantemente dipendere da decisioni imposte dall’alto.

L'Italia nell'era del coronavirus ha visto la vita proseguire normalmente fino all'ultimo momento possibile, finché non sono arrivate restrizioni regionali o nazionali per il contenimento del contagio. Quando le regole sono state poi imposte, le comunità non le hanno metabolizzate con facilità, opponendo a volte resistenza. Pensiamo a tutti gli uffici che hanno continuato a imporre la presenza in sede dei dipendenti quando avrebbero potuto invece lavorare da casa, o alle attività affatto indispensabili che tuttavia sono proseguite. Penso a quanto raramente vedo nei supermercati il gel igienizzante, che pure è d’obbligo e reperibile, o alle fabbriche che non applicano i protocolli di sicurezza approvati.

Cosa succedeva nel frattempo negli Stati Uniti?
Negli Stati Uniti, dove le comunità sono abituate a dover essere autonome nel tutelare i propri componenti e a non dipendere troppo dallo Stato, è stato molto interessante osservare le conseguenze di questa attitudine una volta arrivato il pericolo del coronavirus.

Settimane prima che si segnalassero focolai e venissero prese, dalle città, dalle contee o dagli stati federati, misure restrittive, le comunità si erano già auto-organizzate, fossero esse aziende, uffici, scuole, o addirittura semplici food truck.
Ben prima che venisse imposto, gli esercizi commerciali si erano dotati di gel igienizzanti. I supermercati ne hanno collocati sia in entrata che in uscita. E la boccetta non era vuota e ornamentale, come accade qui, ma sempre rifornita.
In prossimità dei carrelli sono stati posti erogatori di salviette detergenti, così da pulirne l’impugnatura ed entrare nei locali commerciali con la certezza di non contaminare nulla con le proprie mani.
E tutto questo è avvenuto spontaneamente. I privati hanno sostenuto delle spese a beneficio della comunità senza che lo Stato lo imponesse.
I cassieri hanno ricevuto da diversi supermercati un aumento della paga. Questi sono poi stati dotati ciascuno del proprio dispenser di gel igienizzante, che usano prima di ogni cliente.
In Italia il cassiere ha semmai dei guanti, che usa per tutto il turno e che quindi si sporcano esattamente come le mani. Ogni prodotto che toccano si sporca: l’effetto dei guanti è nullo.
Un’altra misura che hanno preso alcuni supermercati americani è stata quella di porre un limite massimo al numero di alcuni prodotti acquistabili: carta igienica, prodotti igienizzanti e altro, sono acquistabili solo per un numero stabilito di pezzi a persona.
Eppure questo significa un lavoro in più per il supermercato, che deve controllare il rispetto della regola. Significa poi che il profitto che l’azienda poteva fare in un giorno verrà probabilmente diluito in più giornate. Senza che nessuno lo imponesse, la comunità si è organizzata per cercare di garantire a più persone possibile l’accesso a prodotti diventati indispensabili.
Ancora, alcune catene di negozi hanno stabilito che l’ingresso all’orario di apertura sia riservato per un’ora agli anziani: in questo modo le fasce più vulnerabili non devono affrontare masse sgomitanti, che arraffano tutto ciò che c’è negli scaffali lasciando il nulla dietro di sé. Anche questa iniziativa comporta che venga impiegato personale a controllare gli ingressi e che si limiti il profitto.
Ciononostante in autonomia è stata scelta questa strada.
E gli uffici? Molti amici che svolgono lavoro d’ufficio per varie aziende sono rimasti letteralmente sconvolti quando hanno appreso che io, in Italia, continuo ad andare in sede.

Le aziende per cui lavorano hanno infatti cominciato a organizzarsi per il lavoro da casa settimane prima che venisse imposto dalle autorità pubbliche. Le aziende, in quella che è la prima economia al mondo, sanno bene che il lavoratore produce di più in un ambiente dove si sente tutelato, garantito, tranquillo. Anche se molte delle persone che conosco negli USA lavorano per compagnie che richiedono l’uso di macchine con potenza di calcolo molto alta, o di sistemi di protezione dei dati ultra sofisticati, le difficoltà tecnologiche sono state superate a beneficio dei dipendenti. Laddove gli ostacoli materiali non potevano essere superati, semplicemente si è messo in conto di non poter lavorare a pieno regime, perché: better safe than sorry!

La mia esperienza personale in Italia mi ha dimostrato che più che per le barriere tecnologiche la mancata concessione di lavoro da casa è stato legato a una difficoltà di riorganizzarsi o riadattarsi a fronte di un contesto esterno mutato. C’è scarsa capacità di reinventarsi in modo autonomo da parte di una comunità, che aspetta invece ordini precisi dall’alto, magari nemmeno osservandoli al cento percento quando questo comporta un cambiamento troppo radicale rispetto all’ordinario, un'elasticità che decisamente manca.

In Italia le dimostrazioni di solidarietà non sono mancate, molte imprese si sono riconvertite per fare fronte a un'emergenza sempre più pressante. Ciò che a mio parere invece è una differenza non colmata rispetto agli Stati Uniti è che oltreoceano le imprese hanno dato risposte senza che questo venisse imposto, senza aspettare che un'emergenza scoppiasse, perché si sono fatti interpreti del proprio ruolo di membri responsabili in prima persona della tutela della propria comunità, ad ogni livello e anche per i gesti più piccoli, mettendo da parte a volte anche il profitto.
Queste considerazioni scaturiscono dall’idea che le diversità sono un arricchimento è c’è sempre da imparare da culture diverse. Senza pregiudizi e senza farsi ingannare dalle bufale, come quella dei tamponi eseguiti per migliaia di dollari quando sono invece gratuiti!

Peace and love a tutti.



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