Tutta la verità sul Coronavirus: cosa ci nascondono?
Tutti noi abbiamo tra i contatti Facebook quel soggetto, magari cinquantenne, convinto che il coronavirus sia un complotto dei poteri occulti per realizzare il proprio piano di dominazione mondiale.
Quello convinto che la verità ci venga nascosta.
Nonostante tutto si tratta di una piccola minoranza destinata a rimanere innocua. Gli accorati inviti a scendere in piazza a ribellarsi contro un’ingiustificata compressione delle libertà non paiono riscuotere infatti un grande successo. Chi per primo vorrebbe una sollevazione popolare rimane strettamente attaccato a Facebook più che incatenato fuori dalla Prefettura in segno di protesta. “Questo è un Truman show !1”, sì, però il Truman in questione, il nostro eroe postmoderno, non spiega le vele verso la libertà ma rimane a sognare dallo schermo del suo smartphone.
Non mi sento di condannare queste reazioni. Stiamo vivendo una situazione senza precedenti per l’epoca contemporanea e penso sia comprensibile un comportamento del genere da chi è più condizionabile, ha un basso livello di istruzione e magari è logorato dall'acuirsi di conflitti familiari già difficili prima della quarantena.
E’ più facile rifiutare la complessità che adattarsi a essa e sostenere il peso delle sue conseguenze.
Senza contare che il progresso della nostra epoca ci ha data accesso a una moltitudine di esperienze, possibilità, conoscenze, a volte rendendoci dei bulimici di sensazioni e del riscontro sociale di tutto ciò che facciamo. Come ritrovare la felicità confinati a una vita in cui ci vengono tolti ricchezza e progresso che l’epoca contemporanea ci aveva donato?
Non per tutti è semplice arrendersi a questa situazione, trovare nuove fonti di felicità. La nostra vita fin’ora non è certo stata quella del contadino che qualche secolo fa nasceva, cresceva e crepava in un piccolo buco, lavorando sette giorni su sette, senza vedere altro che il suo paesino e senza la possibilità economica di accedere a svaghi e distrazioni.
Quindi non mi sento di condannare troppo duramente le reazioni di chi grida al complotto, che sono forse la più semplice e atavica forma di autoprotezione che si può avere.
Spesso le componenti personali legate alla propria educazione e istruzione si intrecciano poi con una cultura e mentalità che, anche nei laici, è ancora fortemente intrisa di valori di derivazione cattolica.
Una mia collega, credente e praticante, passa metà delle giornate a criticare colleghi di altri uffici che seguono le prescrizioni sul distanziamento sociale sui luoghi di lavoro. Con un’espressione sul volto di sincero dolore e commiserazione parla di quanto sia brutto, disdicevole quasi, provare paura per altri esseri umani e starne a distanza. Il precetto che ci chiede di amare il prossimo è per lei incompatibile con la limitazione dei rapporti personali. Il distanziamento è per lei espressione della paura del prossimo anziché di una tutela della salute collettiva.
Lei è poi tra le tante persone che crede che questa pandemia sia un segnale che dio sta dando all’umanità. Questo tema è stato ripreso in versione laica senza riuscire però a nascondere del tutto la sua connotazione religiosa e moraleggiante.
I precetti religiosi si distillano infatti inevitabilmente in tratti culturali, annidandosi anche nei pensieri di chi non è credente.
E allora non è difficile imbattersi in chi è convinto che l’attitudine positiva verso gli altri abbia il potere di scongiurare la malattia, come se questa fosse espressione di una punizione verso chi commette peccato dimostrando paura per le persone e non amore come ci chiede la religione con cui siamo stati educati. Senza contare che l’educazione cristiana esprime quasi un disprezzo verso chi è attaccato alle realtà terrena invece che all’invisibile. Ecco allora che chi osserva scrupolosamente le prescrizioni diventa un arido materialista. Questo pensiero, moderato rispetto a quello di chi grida al complotto , è non meno pericoloso per il contrasto della malattia.
Qualche giorno fa leggevo un articolo in cui si raccontava di come in Iraq una cultura grandemente influenzata dalla religione stia rendendo difficile arginare la diffusione del coronavirus. Le donne se si allontanano dalla protezione del capofamiglia verrebbero considerate compromesse e spesso non vengono portate in ospedale dove nessuno della famiglia ne avrebbe il controllo. La malattia, poi, viene considerata punizione per i peccati commessi, cosa che porta le persone a nascondersi dagli operatori sanitari che bussano alle porte per somministrare i test. Se risultassero positivi, tutto il vicinato parlerebbe e speculerebbe. (https://www.nytimes.com/2020/04/14/world/middleeast/iraq-coronavirus-stigma-quarantine.html?searchResultPosition=2).
Incredibile la somiglianza tra questi retaggi culturali e la mentalità che anche in Italia si sta manifestando in questo particolare periodo.
Finché questi atteggiamenti sono tenuti da chi ha un basso livello culturale non credo si possano esprimere chissà quali condanne.
Ciò che stupisce è vedere che le teorie del complotto e la morale scaramantico-cattolica a volte sono sostenute da intellettuali di fama nazionale che si sono sempre proclamati pensatori fuori dagli schemi.
Mi sono in particolare imbattuta in un post di Aldo Nove, uno scrittore che ho iniziato a seguire dopo aver letto qualche sua opera che si contraddiceva per uno spirito scevro da giudizi etici mainstream.
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3307557059273364&id=100000573083205
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3307557059273364&id=100000573083205
In questo post si diceva che i partigiani prima di imbracciare le armi non sono certo andati dal dottore a chiedere consulto. Noi invece come burattini obbediamo senza ribellarci a degli ordini che restringono le nostre libertà in nome della salute e vediamo il prossimo come un pericolo solo perché ce lo dicono dei medici, che lo scrittore definisce “fascisti”.
Conclude augurando amore, ma solo a quelli che “danno ancora valore all’amore”.
Non credo meriti nemmeno un commento il paragone tra la limitazione alla libertà imposta dal regime fascista e quella attuale necessaria per proteggere vecchi e malati.
Ciò che mi ha stupito di più è ritrovare la retorica influenzata dal cattolicesimo anche in uno scrittore che credevo al di sopra di questi bigottismi. E invece anche lui, così sovversivo e contro la morale dominante, esattamente come la mia collega fa riferimento al precetto che ci impone di amare incondizionatamente il prossimo e guarda con commiserazione a chi si tiene lontano dagli altri, a chi si aggrappa alla vita terrena.
Ma la sorpresa maggiore si trova scorrendo i commenti al post. Lì Aldo Nove ha la possibilità di scendere ancor più nel dettaglio del suo pensiero. Viene allora fuori che nella sua convinzione la situazione in cui ci troviamo è stata creata dalla finanza, dalle banche, da tutti quei poteri che hanno tolto agli stati il potere di gestire autonomamente la propria moneta, imponendogli di chiederla a debito.
Sempre tra i commenti, Aldo Nove inneggia alla protesta, come stanno facendo negli Stati Uniti. Dovremmo anche noi scendere in piazza per poter affermare la prevalenza di emozioni e spiritualità sulle cose terrene. L’intellettuale sofferma l’attenzione sul fatto che Tg1, 2 e 3 non abbiano dato copertura mediatica a questi movimenti: la riprova che c’è un complotto in corso per farci agire come burattini, nascondendoci la verità.
Beh, forse la nostra stampa non ha dato copertura mediatica alla vicenda ma per fortuna l’ha fatto il New York Times https://www.nytimes.com/2020/04/22/opinion/coronavirus-protests-astroturf.html?action=click&module=Opinion&pgtype=Homepage .
Una approfondita inchiesta ha ripercorso la nascita di quei movimenti, scoprendo che sono stati alimentati e finanziati da vari miliardari e milionari ultra conservatori tra cui spicca uno dei fondatori del Tea Party, il partito che tra le altre cose si opponeva alla partecipazione alla politica degli afroamericani. Si è provato quello che appariva già ovvio: le proteste sono, quelle sì, manovrate dai poteri forti che hanno ovviamente molto più interesse alla ripartenza economica piuttosto che alla tutela della salute.
Eppure per certi intellettuali e letterati siamo noi i miopi, forse perché non abbiamo letto abbastanza libri per poter cogliere la suggestione dell’evocazione romantica dell’ignoto, la poesia e la spiritualità che rendono la vita degna di essere vissuta. I miopi, i poveretti, sono coloro che preferiscono rinunciare a qualcosa in nome della salute, e non capiscono che i sentimenti, la spiritualità, l’invisibile, sono più importanti della fredda materialità.
Io, atea, di fronte a questo bigottismo, all’atteggiamento di chi si alza sopra agli altri decidendo per loro cosa è moralmente giusto e cosa no, come devono vivere la loro vita per viverla in modo moralmente accettabile, ringrazio di essere in uno stato laico, che ha deciso di seguire la scienza. Non credo nella vita dopo la morte, non credo in dio. Credo nella gioia che mi danno tanto piccole cose che posso sperimentare solo finché ho dei polmoni con cui respirare, delle gambe con cui camminare e delle persone, vive e in salute, con cui passare i momenti migliori.
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